L’intervento di studio e restauro sulla croce processionale di Pietro Piffetti

Sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte

 

 

La croce intarsiata per le consorelle della Confraternita dello Spirito Santo

 

La croce intarsiata è stata realizzata prima del 1753, quando G. G. Craveri, nella sua “Guida de’ forestieri per la real città di Torino”, segnala che le consorelle «per le Processioni hanno una bella Croce di legno, tutta rivestita di finissima tartaruga, fregiata di fini lavori d’avorio, e cantonata di cimase, con i tre Chiodi, Titolo, e Placca in mezzo colla Colomba, il tutto d’argento».

Le informazioni emerse dallo spoglio dell’Archivio dell’Arciconfraternita permettono ora di confermare l’attribuzione della croce all’ebanista Pietro Piffetti e di datarne l’esecuzione alla fine degli anni trenta del Settecento. Dal 1736 nei verbali delle riunioni del consiglio della Confraternita sono registrate le lamentele delle consorelle per la mancanza di una croce da utilizzare «in occasione delle processioni»: la realizzazione è autorizzata nella seduta del 26 gennaio 1738. Lo stesso giorno Lucia Margherita Burzio, moglie di Piffetti, viene eletta priora. Grazie alla lettura contestuale di queste due notizie è possibile ipotizzare che l’ebanista avesse deciso di realizzare la croce come dono in occasione dell’elezione della moglie, riuscendo così a soddisfare la richiesta delle consorelle.

 

Soluzioni diverse ornano i due lati della croce: nella parte anteriore un inserto circolare funziona da base per la sovrapposizione della raggiera in argento che si applica con viti, mentre nella parte posteriore la decorazione è totalmente realizzata con la tecnica dell’intarsio.

Piffetti sfrutta la contrapposizione cromatica dei materiali: la preziosità dell’avorio e della tartaruga, con cui ottiene l’effetto marmorizzato, è esaltata dalla fantasia del sottile rincorrersi dei motivi floreali e dei nastri gialli in legno di bosso. Il gioco creato dall’accostamento degli elementi naturalistici e delle spigolose componenti geometriche procede sul terreno delle sperimentazioni decorative condotte in Piemonte in anni precedenti dall’ebanista Luigi Prinotto e rielaborate da Piffetti tra il 1735 e il 1740 per la biblioteca di Villa della Regina, ora al Quirinale.

 

Durante i lavori d’inventariazione dei beni della chiesa sono state rintracciate alcune decorazioni in argento che si applicano perfettamente alla croce di Piffetti: si tratta di una raggiera con Gloria di cherubini attorno alla colomba dello Spirito Santo e di tre puntali in argento sbalzato. Tali elementi risultano eseguiti su misura per la croce, ma almeno la raggiera è da considerarsi più tarda, verosimilmente eseguita dopo la fine degli anni ottanta del Settecento, probabilmente in sostituzione degli elementi descritti nel 1753 da Craveri. Sulla superficie anteriore della Gloria di cherubini è infatti possibile riconoscere due marchi: il primo, “MG”, quasi certamente da interpretare nell’acronimo dell’argentiere Giuseppe Mandola, la cui attività è documentata dal 1787; il secondo, “GF”, tecnicamente definito come “punzone d’assaggio”, è il contrassegno impiegato a partire dal 1789 da Giuseppe Fontana in qualità di controllore ufficiale del metallo per conto della Regia Zecca di Torino. Queste datazioni combaciano con il ritrovamento, durante le analisi preliminari compiute dai restauratori, di alcune viti collegate all’applicazione della raggiera, che per la loro fattura sono collocabili dopo il 1790.

 

 

Pietro Piffetti (1701-1777)

 

La formazione e il viaggio a Roma

Pietro Piffetti, nato nel 1701, proviene da una famiglia di artigiani specializzati nella lavorazione del legno. Consegue il diploma da mastro ebanista tra il 1721 e il 1722, anno in cui sposa Lucia Margherita Burzio, figlia del ‘minusiere’ Giuseppe Burzio.

Il periodo di perfezionamento compiuto a Roma è documentato da un carteggio tra il marchese d’Ormea, segretario di Stato a Torino, e il conte di Gros, ambasciatore sabaudo a Roma. Nel 1730 Carlo Emanuele III chiede il rientro di Piffetti a Torino e il 13 luglio 1731 lo nomina ebanista regio, formalizzando l’incarico con una regia patente simile a quella redatta lo stesso giorno per il pittore Claudio Francesco Beaumont: anche lui richiamato da Roma nel 1731 per volere del nuovo sovrano, il quale avrebbe presto impiegato entrambi gli artisti in diversi cantieri di corte.

 

L’attività per la corte

La nomina di ebanista regio segna per Piffetti l’inizio di una fitta attività per la corte. La prima grande prova per il Palazzo Reale è datata tra il 1731 e il 1733, quando è impegnato nella realizzazione del complesso arredo per il Gabinetto del Segreto Maneggio in Palazzo Reale, eseguito con la collaborazione di Francesco Ladatte sotto la direzione di Filippo Juvarra. I Registri di spesa della corte attestano la progettazione e la realizzazione di preziosi arredi intarsiati, segnalando numerosi lavori per Palazzo Reale, per la Palazzina di caccia di Stupinigi e per la reggia della Venaria Reale. Piffetti sarà attivo in qualità di ebanista regio fino al 1775, conducendo anche interventi di «raccomodo», ossia di riparazione degli arredi lignei presenti nelle residenze reali. La regia patente con la quale era stato ammesso a corte stabiliva infatti «l’obbligo di mantenere in buon stato tutti li nostri mobili esistenti e che saranno tanto in questa città che in altri luoghi di Piacere».

 

Il legame con la confraternita dello Spirito Santo

Nel 1735 Piffetti redige un primo testamento, richiedendo di essere sepolto nella «Chiesa della Molto Veneranda Confraternita dello Spirito Santo», dove sino al 1743 è attestato come confratello. Un legame con ogni probabilità mantenuto tutta la vita, che non è documentabile dopo gli anni Quaranta a causa di alcune lacune nella documentazione dell’Archivio dell’Arciconfraternita (in deposito presso l’Archivio Arcivescovile). È possibile che nei faldoni mancanti della seconda metà del Settecento vi fosse anche traccia dell’elezione a priore dell’ebanista: ruolo che sicuramente ricoprì, come già prima di lui l’argentiere Francesco Ladatte nel 1750; lo lascia intendere l’atto di vendita «di alcuni mobili preziosi lasciati dal fù Signor Pietro Piffetti … Confratello Priore», redatto in occasione di un’asta organizzata dalla stessa Confraternita poco dopo il 1777, anno di scomparsa dell’artista.

Aurora Laurenti
Flavia Ventimiglia
Associazione VettoreArte in collaborazione con Mnemosyne
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